
Autori: Elliot Davis
Casa editrice: NessunDove
Data di pubblicazione: Maggio 2025
Genere: GDR narrativo (2 giocatori)
Numero pagine: 85
Lingua: Italiano
Recensione
Per il tempo che ci resta, di Elliot Davis, pubblicato in Italia da NessunDove, è un gioco di ruolo per due persone molto particolare, costruito attorno a una premessa semplice ma potente: il mondo è ormai finito, l’umanità è stata annientata da un’Infezione e due fratelli si trovano separati da una porta chiusa. Uno dei due è sano, il Sopravvissuto, mentre l’altro è Infetto e sa che entro pochi giorni muterà definitivamente.
La prima cosa che colpisce di questo gioco è proprio la scelta della porta. I due giocatori non si guardano in faccia, ma giocano seduti ai lati opposti di una porta chiusa o, in alternativa, schiena contro schiena. È una soluzione estremamente efficace, perché trasforma subito un elemento fisico molto semplice in parte integrante dell’esperienza. La porta (fisica o no) diventa fin da subito qualcosa che separa i due giocatori e limita le interazioni.
Il regolamento è essenziale e si basa principalmente sulle carte. Le carte di preparazione contengono il regolamento e guidano i giocatori nella definizione dell’apocalisse, del rapporto tra i due fratelli e della situazione iniziale. Le carte Spunto servono poi a dare un’incipit per far emergere ricordi, paure, rimpianti e frammenti della relazione tra i personaggi. Per l’Infetto sono presenti, inoltre, anche carte speciali legate al peggioramento dell’Infezione, che segnano la fine dei giorni rimasti e scandiscono il progressivo avvicinamento alla fine. Non ci sono meccaniche da imparare, tutto è orientato alla conversazione e all’immedesimazione.



Ho trovato molto riuscito il modo in cui il gioco affronta temi difficili come la perdita, la sofferenza, la paura di perdere qualcuno e il bisogno di ricordare ciò che è stato vissuto insieme, quasi a voler elaborare (nel tempo che ci resta) quello che altrimenti suonerebbe come una condanna. L’ambientazione apocalittica funziona, ma il cuore dell’esperienza rimane il rapporto tra i due fratelli. L’Infezione e la fine del mondo servono a mettere i personaggi davanti a una scadenza inevitabile, costringendoli a usare il poco tempo rimasto per parlarsi, ricordare, litigare, perdonarsi o semplicemente restare presenti l’uno per l’altro.
Un aspetto che ho apprezzato molto è la presenza esplicita degli strumenti di sicurezza. La carta “Toc Toc” accompagna tutta la partita e permette di interrompere un argomento, rimuovere un elemento appena introdotto o interrompere del tutto il gioco. Considerando i temi affrontati, questa scelta mi sembra necessaria e ben integrata nell’esperienza. Il gioco sa perfettamente di muoversi su territori emotivamente delicati e fornisce quindi degli strumenti chiari per gestirli.
Per il tempo che ci resta è un gioco molto intenso, introspettivo e diverso da molte esperienze di gioco di ruolo più tradizionali. Non lo considererei un gioco adatto a qualunque serata o a qualunque tavolo. Richiede il momento giusto, la giusta predisposizione emotiva e soprattutto una persona con cui ci sia fiducia. Giocato nelle condizioni adatte, però, riesce a essere estremamente coinvolgente e immedesimante. È un’esperienza breve, fragile e dolorosa, costruita attorno a una domanda molto semplice: cosa diremmo a una persona amata sapendo che il tempo che ci resta sta per finire?
